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PESTE SUINA AFRICANA, LA CINTA SENESE E GLI ALLEVAMENTI ESTENSIVI SOTTO ASSEDIO. “COSI’ RISCHIAMO DI PERDERE UN PATRIMONIO UNICO DEL MADE IN ITALY”

di Stefania GuernieriPresidente ff Arga Toscana 

Non è più soltanto un’emergenza sanitaria. La diffusione della Peste Suina Africana (PSA) in Toscana rischia di trasformarsi in una crisi economica, ambientale e culturale capace di cancellare uno dei simboli della zootecnia italiana: la Cinta Senese DOP, razza autoctona allevata da secoli allo stato brado e riconosciuta come una delle eccellenze del Made in Italy agroalimentare.

Negli ultimi giorni il virus ha compiuto un salto che preoccupa l’intero comparto. Dopo il primo focolaio registrato a Comano, in provincia di Massa-Carrara, nuovi casi hanno interessato anche il Pistoiese. L’emergenza è ormai arrivata negli allevamenti toscani e le conseguenze sono già pesanti: secondo quanto comunicato dal Consorzio di Tutela della Cinta Senese DOP, in poche settimane è stato abbattuto circa il 10% dei circa 3.200 capi della razza presenti in Italia. Numeri che raccontano una situazione senza precedenti e che hanno spinto non soltanto il Consorzio, ma anche quindici organizzazioni nazionali del mondo agricolo, biologico, ambientalista e della tutela della biodiversità a chiedere un cambio di rotta nella gestione dell’emergenza. La Cinta Senese rappresenta molto più di una produzione di qualità. È una razza storica, recuperata dopo essere stata vicina all’estinzione e oggi allevata quasi esclusivamente in Toscana secondo un modello estensivo che valorizza boschi, pascoli e aree marginali. Proprio questa modalità di allevamento costituisce oggi il principale elemento di fragilità. Gli animali vivono all’aperto e il contatto, anche indiretto, con i cinghiali rende molto difficile azzerare il rischio di diffusione della PSA. La malattia non è trasmissibile all’uomo, ma è altamente contagiosa e letale per suini domestici e selvatici. In presenza di un focolaio, la normativa sanitaria può imporre l’abbattimento di tutti gli animali presenti nell’allevamento.

“Siamo davanti a un pericolo reale, non più a un’ipotesi lontana”, afferma il presidente del Consorzio di Tutela della Cinta Senese DOP, Nicolò Savigni. “Un solo focolaio in uno degli allevamenti più importanti potrebbe compromettere irreversibilmente il patrimonio genetico della razza. Gli allevatori hanno fatto la loro parte investendo nella biosicurezza, ma fuori dai confini aziendali il rischio resta fuori dal loro controllo”.

Proprio per evitare di perdere definitivamente il patrimonio genetico della razza, il Consorzio aveva avviato già nell’agosto 2024 un progetto condiviso con istituzioni regionali e nazionali. L’obiettivo era creare una riserva genetica costituita da un piccolo nucleo di riproduttori – tra dodici e quindici scrofe e tre verri – da trasferire in un sito isolato e ad alta biosicurezza, così da garantire la sopravvivenza della razza anche in caso di emergenze sanitarie. Dal primo sopralluogo sono stati valutati diversi siti insieme ad ANAS e agli altri soggetti coinvolti. Tuttavia, a quasi due anni di distanza, il progetto è ancora fermo: non è stato individuato il sito definitivo, non si è conclusa l’istruttoria sanitaria e il nucleo di salvaguardia non è mai stato costituito. “Dal 2024 chiediamo alle istituzioni di costituire questo nucleo di riproduttori”, ribadisce Savigni. “Il tempo delle valutazioni e dei rinvii è terminato. Oggi possiamo ancora salvare la Cinta Senese. Domani potrebbe essere troppo tardi.” L’allarme lanciato dal Consorzio è stato raccolto da un ampio fronte composto da Slow Food Italia, FederBio, Legambiente, AssoBio, AIAB, Veterinari Senza Frontiere, ARI, RARE, ONAS, UCI, insieme ad altre organizzazioni del settore biologico e dei Presìdi Slow Food.

Le quindici organizzazioni hanno inviato una lettera al Commissario straordinario alla PSA, Giovanni Filippini, chiedendo un incontro urgente per rivedere l’attuale strategia di contrasto alla malattia. Secondo i firmatari, l’impatto delle misure adottate negli ultimi anni ha assunto “proporzioni devastanti” soprattutto per gli allevamenti estensivi e familiari, che rappresentano la struttura portante della suinicoltura italiana. Un dato riportato nella lettera fotografa bene la situazione: l’83% degli allevamenti suinicoli italiani conta meno di cinquanta capi. Realtà molto diverse dai grandi allevamenti intensivi, ma che oggi vengono sottoposte a regole sostanzialmente identiche. Le organizzazioni denunciano i ritardi nell’erogazione degli indennizzi agli allevatori colpiti. Secondo i firmatari, molti ristori diretti non sono ancora stati liquidati, mentre quelli relativi ai danni indiretti risultano sostanzialmente fermi al 2024. Per aziende familiari che vivono quasi esclusivamente dell’allevamento della Cinta Senese o di altre razze autoctone, questa situazione rischia di tradursi nella chiusura definitiva dell’attività. I numeri della Cinta Senese raccontano una realtà produttiva limitata nelle dimensioni, ma di grande valore economico e territoriale.

Alla fine del 2025 la filiera contava 79 allevatori, 6 macelli e 18 imprese di trasformazione. Nello stesso anno sono stati certificati 3.135 capi macellati, pari a oltre 617 tonnellate di mezzene, per un valore economico stimato in 5,5 milioni di euro.

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